Prima di Marcell Jacobs, gli unici due italiani ad aver vinto una medaglia d’oro olimpica in una gara di velocità dell’atletica leggera erano stati Livio Berruti, a Roma 1960, e Pietro Mennea, a Mosca 1980, entrambi nei 200 metri. Berruti, morto domenica, fu il primo, celebrato perché vinse in Italia, eguagliando il record del mondo e riuscendo per la prima volta a non far vincere un nordamericano. Vent’anni dopo Mennea si impose con una straordinaria rimonta, un anno dopo aver battuto il record mondiale con un tempo di 19,72 secondi, che ancora oggi è il primato europeo.
Berruti era uno che correva per il piacere di farlo, in un periodo in cui lo sport olimpico era ancora dominato dai dilettanti; domenica la Gazzetta dello Sport lo ha definito «forse l’ultimo atleta dandy, non costruito da allenamenti ossessivi, che correva per divertirsi». Mennea invece si allenava come un matto, pensava che lo sport e la vita fossero innanzitutto sacrificio, e fu tra i primi a introdurre metodi di allenamento moderni. Era uno che poteva dire, senza passare per un mitomane, cose come «io sono conosciuto ancora oggi come colui che si è allenato di più al mondo», oppure «quando Vittori [il suo allenatore] mostrava nei convegni il mio programma di lavoro gli chiedevano: scusi, chi ha fatto queste cose è poi morto?».
Anche le loro origini hanno contribuito alle loro differenze di vedute. Berruti veniva da una famiglia borghese; cominciò con il tennis e si diede all’atletica solo su spinta del suo professore di educazione fisica, al liceo classico Cavour di Torino. Tra gli aneddoti emblematici raccontati nelle ore successive alla sua morte c’è la volta in cui il padre, quando Berruti aveva 17 anni, scrisse una lettera alla federazione per chiedere che suo figlio facesse solo i 100 metri, e non i 200, perché li riteneva «una specialità eccessivamente dura per il suo fisico e la sua età».
Negli anni questi due modi di vedere lo sport sono stati usati, non senza parecchia retorica, come esempi da seguire per atlete e atleti venuti dopo di loro, non solo tra i velocisti. Berruti viene chiamato in causa quando serve criticare l’eccesso di competitività e professionalizzazione, l’idea tossica che per vincere bisogna essere disposti a qualsiasi cosa, e difendere invece una presupposta purezza dello sport. Si cita invece Mennea quando si vuol far leva sulla necessità di faticare, di darsi da fare, e spesso di farsi da soli, per arrivare al successo, non solo nello sport.
Entrambi col tempo hanno senza dubbio alimentato queste narrazioni, nostalgiche ed enfatiche in modo diverso. Nel 2010, per i cinquant’anni dalla sua medaglia a Roma, Berruti scrisse sull’ANSA che quella era «un’epoca fatta di romantici ingenui con la voglia di emergere, di competere, di tentare la grande sfida. Adesso tutto è cambiato, non in meglio purtroppo: il mondo sportivo ha ceduto alla massificazione selvaggia, a una forma di industrializzazione spietata che ha scelto il denaro come suo triste caposaldo». Mennea invece rivendicava «5.482 giorni di allenamento, 528 gare, un oro e due bronzi olimpici, più il resto che è tanto. A 60 anni non ho rimpianti. Rifarei tutto, anzi di più. E mi allenerei otto ore al giorno. La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni».
Per Berruti «l’atletica era gioia e piacere. La curva dei 200 metri ben fatta era un’esperienza erotica». Raccontò che si allenava due o tre volte alla settimana, senza pesi, improvvisando molto e «senza fare troppa fatica». Tra la semifinale e la finale delle Olimpiadi di Roma cambiò scarpe, usando per l’ultima gara un paio più pesante (Vallesport al posto delle Adidas) come «scelta esclusivamente estetica, narcisistica. Mi piaceva che le scarpe della finale fossero bianchissime, come quelle di Jessie Owens, quando vinse 4 ori ai Giochi di Berlino 1936». Nelle due ore tra la semifinale e la finale non si allenò né si riscaldò. Lesse un libro e si bevve un’aranciata.
Mennea al contrario andò avanti «vent’anni ad acqua minerale, e nemmeno gassata: il professor Vittori non voleva».
