Barletta Dodici settembre 1979, il giorno che ha consegnato Pietro Mennea al mito. A Città del Messico il cielo, come spesso accade, era grigio, gli spalti dello stadio, che solo 11 anni prima aveva ospitato una delle Olimpiadi più iconiche della storia, erano semivuoti. Certo, le Universiadi non sono i Giochi, ma per noi italiani quei 200 metri stavano per diventare leggenda.
Ai blocchi di partenza c’era Pietro Mennea, arrivato nella capitale messicana con un solo obiettivo: conquistare il record del mondo. Ci riuscirà con il tempo di 19 secondi e 72 centesimi, due cifre destinate a rimanere nella storia dello sport mondiale. Il ragazzo di Barletta non poteva immaginare che quel tempo sarebbe rimasto imbattuto per ben 17 anni. Era il 1996 quando l’americano Michael Johnson percorse la stessa distanza in 19’66. Quel record, che ancora oggi è il miglior tempo a livello europeo, in realtà è come se non fosse mai stato battuto. Quarantasette anni dopo il ricordo di quella giornata è ancora nitido nella mente di chi c’era, ma anche di chi ha avuto modo di esserci soltanto dopo, come la vedova di Pietro Mennea, Manuela Olivieri. Il suo racconto è carico di emozione, dell’amore incondizionato per suo marito. I due si sono conosciuti solo nel 1990, ben 11 anni dopo quel giorno di Città del Messico. I ricordi e le parole di Pietro, però, le hanno consentito di superare gli ostacoli del tempo e di vivere emozioni che porta dentro ancora oggi.
«Io – ha spiegato, emozionata, Manuela Olivieri – ho avuto il privilegio di ascoltare i racconti di Pietro, che aveva la gioia di parlarmi di quei momenti, proprio perchè non li avevo vissuti accanto a lui. Quel record è stato fortemente voluto da Pietro che ha sempre ringraziato il suo amico Gianni Minà per aver trovato l’escamotage utile a farlo essere a Città del Messico saltando la partecipazione alla Coppa del Mondo di atletica in Canada di 15 giorni prima. Primo Nebiolo avrebbe voluto fortemente la presenza di Pietro lì, ma sarebbe stata poi dura andare in Messico per provare il record. Molto importante fu anche l’intercessione della sua società di allora, la Sisport di Torino».
Viaggiando nei ricordi, Manuela Olivieri ci racconta di come Pietro scherzasse sulle ipotesi, formulate dai commentatori del tempo, che il suo record «durasse 4-5 mesi» e di come la sua mancanza di «physique du role» portasse in molti a sminuirlo. In realtà, quel 19’72 durò, come detto, per ben 17 anni. Di quel giorno del 1996 quando dagli Stati Uniti arrivò la notizia della caduta di un tempo ormai mitico, Olivieri ha un ricordo divertito. «Per anni – sorride Olivieri parlando di quei momenti – nessuno era riuscito nell’impresa. Quando poi quel giorno, inevitabilmente arrivò, io e Pietro eravamo in studio, a Roma. Tutti lo cercavano, ma lui non volle rispondere. I giornalisti cominciarono a intervistare i vicini, i negozianti, tutta la zona, e lui, divertito, guardava sorridendo dallo spioncino».
Il record era battuto, ma il mito non poteva essere cancellato. Nell’immaginario collettivo è rimasta anche la celebre intervista rilasciata da Mennea una volta ottenuto il record. A raccoglierla il suo amico Gianni Minà, che per l’emozione non attivò il registratore e fu costretto a far parlare Pietro per due volte. «Io, ragazzo del sud senza pista, sono riuscito a fare il record del mondo». Le celebri parole di Mennea consegnavano al mondo l’immagine dell’uomo partito da Barletta per arrivare a toccare le stelle. «Quelle parole – ha spiegato Olivieri – hanno un solo significato: Pietro ha ricordato le sue origini, la sua città, e ha voluto dire a tutti che con l’impegno e la determinazione si possono superare tutti gli ostacoli».
A proposito delle piste polverose di Barletta, nitido e commosso è anche il ricordo del professor Giuseppe Acquafredda, componente della mitica staffetta 4×100 dell’Avis Barletta, che con Pietro Mennea conquistò alla fine degli anni ‘60 il record pugliese. «Quel 12 settembre – ha raccontato il professor Acquafredda – ero davanti al televisore. Ricordo l’emozione, la grande esultanza e la gioia nel vedere un amico fraterno raggiungere il risultato che tanto aveva sognato. Io ci credevo, ho sempre creduto che potesse farcela. Città del Messico era il posto giusto, poi, la sua costanza, la sua perseveranza, la sua forza nell’allenarsi ed andare oltre ogni ostacolo hanno fatto il resto. Per anni hanno provato in tutti i modi a battere quel record, organizzando gare ad hoc, mettendo in palio premi in denaro, ma anche Ferrari. Nulla, per 17 lunghi anni. Nemmeno lui si aspettava qualcosa di simile. Sono orgoglioso di aver potuto condividere con Pietro quel momento e tante altre emozioni. Gli sono stato sempre al fianco, sin dai suoi primi passi, con la maglia dell’Avis Barletta».
