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Varenne, un gigante dello sport italiano diventato leggenda come Coppi e Mennea

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Varenne, un gigante dello sport italiano diventato leggenda come Coppi e Mennea

Varenne è stato un fuoriclasse, dunque una proiezione di desideri, un’apparizione, una creatura non di questo mondo che pure, questo mondo, ha arricchito di bellezza. Il miracolo del grande immaginario sportivo è una dimensione che non prevede umani o non umani, vero o falso, parola o silenzio, vivi o morti: lì abitano gli angeli. Ci guardano e sorridono. Per questo, non sembri eccessivo accostare il più grande cavallo di tutti i tempi, il più forte trottatore mai apparso tra noi ma pur sempre un cavallo, dunque un animale (in teoria), agli immortali dello sport. Ma è esattamente questo che adesso faremo: nel dirvi, e nel dirci, che il fantastico cavallo Varenne sta con Meazza e Coppi, Pietro Mennea e Consolini, Tazio Nuvolari e Paolo Rossi. Dev’esserci un posto bellissimo e pieno di luce, dove i giganti dello sport sembrano bambini contenti, e noi più di loro.

Non si tratta solo di trionfi, anche se basterebbero e avanzerebbero – i due Prix d’Amérique, i tre Lotteria, il Derby, il Nazioni, la Breeders Crown, le 62 vittorie in 73 corse disputate: è anche questo. Eppure questo, da solo, sarebbe ancora poco, sarebbe solo una colonna di numeri. Varenne, come i suoi confratelli umani, ha riempito occhi e cuori, ha moltiplicato battiti e respiri, coniugando l’armonia della corsa con una probabile assenza di peso, lo stile con la forza di gravità totalmente abbandonata. Lui, Varenne, non vinceva solamente, lui ogni volta arrivava sulla Luna come l’ippogrifo di Astolfo.

Ci si può affezionare a un cavallo? Sì, certamente, e si può soffrire per la sua morte, sebbene arrivata a 31 anni che per un cavallo (ma Varenne non era solo un cavallo!) sono tantissimi. Lo vedemmo da vicino due volte, la prima a Parigi in attesa dell’Amérique, la seconda nella campagna pavese dove già trascorreva il tempo da stallone senza amore, montando un congegno meccanico che gli spremeva il seme: ha avuto, in questo modo, 3mila figli e mai neppure una cavalla. Se gliene dessimo da amare una vera, ci spiegarono, poi non accetterebbe nessun altro accoppiamento meccanico. Chiamalo scemo. Ma così sarebbe saltato il business.

Quella prima volta a Parigi, Varenne passeggiava insieme alla ragazza finlandese che si occupava di lui e lo coccolava come una mamma. Lo vedemmo incedere come un sovrano distratto, e a un certo punto voltò il muso verso di noi: tra gli occhi, nel mezzo o appena un poco più sopra, così ci sembra adesso di ricordare, Varenne aveva come una piccola stella bianca. Non lo potremo dimenticare.

La seconda volta, lui già un signore di mezza età e non più un campione (ma si smette forse di esserlo? Esiste un addio capace di interrompere un mito?), ci azzardammo a chiedere al suo stalliere se fosse possibile accarezzarlo. Ma certo, ci venne risposto: così appoggiammo la mano proprio lì, sulla stella, con l’aggiunta di una piccola grattatina. Due occhi enormi, liquidi e grati, due occhi parlanti, riflettevamo la luce di un mattino di primavera.

Varenne nacque il 19 maggio 1995 a Copparo, provincia di Ferrara, nell’allevamento Zenzalino. Tre anni più tardi, quando già era un potenziale campione assai promettente, ma senza certezze assolute, il cambiavalute e proprietario di scuderie Enzo Giordano, napoletano, lo acquistò dal francese Jeanne Pierre Dubois per 150 milioni di lire. Il cavallo quasi più celebre di quello di Troia e non meno amato dell’altro leggendario, Ribot, che però volava al galoppo e non al trotto, nel corso di un’ineguagliabile carriera avrebbe guadagnato oltre 6 milioni di euro in premi, e circa 40 sono stati i milioni incamerati dai suoi proprietari negli anni in cui Varenne ha fatto lo stallone senza amore. Una sua monta valeva 15mila euro.

Le redini di questa creatura alata le stringeva Giampaolo Minnucci, altro nome entrato nella storia dalla porta principale, a dimostrazione che l’ippica non è solo scommesse o antichità, ma fascinazione senza tempo. Così la cantò su queste pagine il nostro memorabile Mario Fossati, alternandola ai suoi corridori ciclisti con parole che non volavano meno degli zoccoli di Varenne, marito di nessuna, padre di tremila figli, fratello di noi tutti. Gli sia lieve la pista, come sempre gli è stata.

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